Questo intervento nasce dal nostro sguardo di educatrici e di educatrici sessuali e dal lavoro quotidiano che svolgiamo con l’infanzia.
In occasione della manifestazione e dello sciopero transfemminista del 9 marzo abbiamo voluto condividere una riflessione sul valore dell’educazione sessuoaffettiva fin dalla prima infanzia: uno spazio fondamentale di crescita, consapevolezza e autodeterminazione.
Siamo grate a La Mala Educación per averci dato la possibilità di portare la nostra voce e il nostro pensiero all’interno di questa giornata, creando uno spazio di ascolto e confronto su un tema che riguarda profondamente il benessere delle persone piccole.
Sorelle,
siamo di nuovo qui in piazza, insieme, perché siamo stanche. Stanche di contare i nomi. Stanche di sentire parlare di emergenza quando sappiamo che non è un’emergenza: è un sistema.
Un sistema che ci opprime, ci violenta, ci uccide.
Parliamo a nome di Cargomilla APS, come educatrici, educatrici sessuali, formatrici e come attiviste.
E in quanto tali siamo fermamente convinte che la violenza di genere non nasce dal nulla. Non è un raptus. Non è troppo amore. È cultura. E se è cultura, possiamo cambiarla.
La prevenzione inizia ancora prima di nascere,
inizia quando a una bambina viene insegnato che il suo corpo è suo.
Inizia quando una ragazza sa che può dire no senza dover spiegare, giustificare, sorridere per non ferire.
Inizia quando smettiamo di insegnare che essere desiderate è più importante che essere libere.L’educazione al corpo e al consenso è politica.
E come educatrici vogliamo oggi ribadirlo.
Perché per troppo tempo i corpi delle donne sono stati giudicati, controllati, commentati, posseduti.
Educare al corpo significa dire: il tuo corpo non è un oggetto pubblico. Non è una proprietà privata di qualcuno che pensa di poterlo controllare perché è in una posizione di potere. È tuo. Dalla nascita, alla morte.L’educazione al consenso è ancora più semplice e nella sua estrema semplicità è rivoluzionaria:
se non è sì, è no.
E se il si cambia, è no.E questo deve valere da subito, da quando le persone piccole ancora non sono in grado di parlare. Deve essere mostrato un modo diverso di entrare nel loro spazio fisico, anche se svolgiamo un lavoro di cura che prevede continuamente un contatto fisico con loro.
Si tratta di rendere un gesto una pratica quotidiana di consenso e ascolto della voce di chi voce ancora non ne ha.
Il consenso non è un contratto firmato una volta per tutte. È una cosa si insegna. Si allena. Si nomina. Non viene naturale in una società che ci ha abituate a scambiare la gelosia per amore e il controllo per protezione.
E non dimentichiamoci dell’educazione alla relazione, l’educazione affettiva, l’educazione sessuale.
Perché la violenza non è solo un gesto. È una dinamica. È potere, è possesso, è isolamento. Se non lavoriamo sulle relazioni fin da piccole, continueremo a vedere ragazze che confondono il controllo con l’interesse e che si sentono in colpa quando provano a mettere un limite. E continueremo a vedere maschi esercitare un potere che gli viene dato in mano dalla nascita, senza alfabetizzarsi all’ascolto della propria emotività. Senza saper stare nella frustrazione di un no. Senza saper pensare alle relazioni non come forme di controllo.Quando chiediamo educazione affettiva e sessuale nelle scuole non stiamo chiedendo qualcosa di scandaloso.
Stiamo chiedendo strumenti. Strumenti per riconoscere le emozioni. Per nominare i confini. Per stare in una relazione senza annullarsi.
E sì, questo è un tema politico.
Perché se lo Stato non investe seriamente in educazione, sceglie precisamente da che parte stare. Sceglie di non prevenire, sceglie di agire, male, solo a danno fatto. Quando ormai è tardi, e quando noi ci troviamo a doverci guardare in faccia per capire se siamo ancora vive.Noi vogliamo decostruire la sua violenza. E per avere meno violenza dobbiamo cambiare quello che insegniamo, quello che normalizziamo, quello su cui chiudiamo un occhio.
La violenza inizia con una battuta che non si corregge.
Inizia con è fatto così.
Inizia con se l’è cercata.Inizia con non si può più dire niente.
Inizia con e fattela una risata.
Inizia con il silenzio.Noi quel silenzio non lo vogliamo più.
Come educatrici sappiamo che le bambine e le ragazze sono capaci di parlare di consenso, di rispetto, di emozioni. La violenza si impara. Dalla nascita.
E se si impara, si può disimparare.Le soggettività che si riconoscono nell’identità di genere maschile devono fare un passo indietro destituire il loro potere e ascoltare le altre soggettività. Devono imparare ad ascoltare le emozioni a riconoscerle e a gestirle. Devono imparare a guardare il mondo con occhi diversi e a non volere ad ogni costo la vittoria, che sia di una donna o di un paese, per sé.
Questa è la nostra responsabilità politica e pedagogica: insegnare altro.
Insegnare che l’amore non è possesso.
Che il desiderio non è un diritto.
Che il rifiuto non è un’umiliazione.
Che una relazione sana non fa paura.Noi vogliamo una società in cui nessuna debba ridurre la propria libertà per sentirsi al sicuro.
E questo non succederà per caso. Succederà se investiamo sull’educazione, sui corpi, sul consenso, sulle relazioni.È un lavoro lungo. Ma è l’unico che può davvero cambiare le cose. E noi siamo qui per farlo.
Con amore e rabbia
Lotto ogni giorno.