Violenza in rete: i rischi della cyberviolenza di genere

Negli ultimi anni, la riflessione attorno ai social media, alle piattaforme e, più in generale, al web si è andata progressivamente incupendo. Termini come cyberbullismo, hate speech o revenge porn sono entrati stabilmente nel linguaggio comune, contribuendo a ridefinire in maniera profonda l’immaginario degli spazi digitali. Ciò che un tempo veniva raccontato come luogo di possibilità e connessione è oggi sempre più descritto come un ambiente minaccioso, da controllare, contenere e perfino proibire. In maniera analoga, anche il discorso pubblico sulle tecnologie digitali è andato patologizzandosi. Social media e dispositivi vengono sempre più discussi in relazione a possibili dipendenze, agli effetti negativi sullo sviluppo cognitivo delle persone più giovani, ai rischi di esposizione a pericoli ritenuti gravi e immediati e, sempre più spesso, alla possibilità di interdirne l’accesso e l’uso, soprattutto alle fasce più giovani della popolazione.

Per parlare di questo tema così articolato abbiamo parlato con Chiara Gius, sociologa dell’Università di Bologna e studiosa delle dinamiche di genere e delle forme di violenza digitale, tra le autrici del volume “Cyberviolenza di genere. Media, politiche e narrazioni giovanili” (Carocci, 2026).

Di cosa parliamo quando parliamo di cyberviolenza?

Spesso, però, quando si parla dei rischi della rete, ciò che resta poco chiaro è di che cosa si stia parlando esattamente. Cosa intendiamo quando parliamo di violenza in rete? Quali forme assume, quali effetti produce e chi sono le persone più esposte?

In generale, con violenza in rete ci si riferisce a una vasta gamma di pratiche che mirano a produrre danno ad altre persone attraverso l’uso delle tecnologie digitali o all’interno degli spazi online. Alcune di queste pratiche, come il cyberbullismo, l’hate speech o la diffusione non consensuale di materiale intimo, sono ormai ampiamente conosciute; molte altre, invece, lo sono molto meno. A rendere il quadro più complesso contribuisce anche la natura dinamica di questo tipo di violenza: la lista delle pratiche violente è in continua evoluzione, perché cambia insieme alle tecnologie che le rendono possibili. Un esempio evidente riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale. Fino a pochi anni fa, la possibilità di generare immagini realistiche di altre persone era considerata una frontiera tecnologica; oggi esistono applicazioni accessibili a chiunque che permettono di creare facilmente deepfake, ovvero immagini o video manipolati che sostituiscono il volto di una persona con quello di un’altra, rendendo difficile distinguere il falso dal reale, o deepnude, immagini di natura sessuale generate artificialmente a partire da fotografie reali, spesso utilizzate come dispositivi per ricattare, umiliare o colpire in modo mirato soprattutto le donne.

violenza in rete

Una violenza nuova o una violenza vecchia?

Al di là delle singole pratiche, esiste un ampio consenso nel collegare la violenza agita tramite le tecnologie digitali alle forme di violenza già esistenti offline, in particolare quelle di matrice sessista, razzista e abilista. Le tecnologie non creano queste violenze dal nulla, ma ne modificano profondamente le modalità, l’intensità e la portata. Per orientarsi nella discussione è utile dunque tenere insieme almeno due diversi livelli di analisi.

Il primo riguarda l’impatto sostanziale delle tecnologie nella riproduzione della violenza. La violenza digitale tende a essere persistente, perché può continuare nel tempo anche in assenza di contatto diretto, pervasiva, perché si insinua in molteplici aspetti della vita quotidiana e difficile da contenere, perché non segue confini chiari spostandosi continuamente tra gli spazi della rete e cambiando spesso forma. Allo stesso tempo, una singola pratica violenta può inglobarne e attivarne altre: è il caso, ad esempio, delle shitstorm, ovvero ondate di attacchi collettivi, spesso coordinate o amplificate sui social media, che possono includere forme ulteriori di violenza come il doxing, ossia la diffusione pubblica di dati personali (indirizzi, numeri di telefono, informazioni private) con l’obiettivo di intimidire, esporre o mettere a rischio la persona colpita. Le tecnologie digitali funzionano così come un potente amplificatore della violenza, rendendola difficile da interrompere, quasi impossibile da rimuovere ed estremamente complessa da prevenire.

violenza digitale

Violenze virtuali effetti reali

Il secondo livello riguarda la percezione della differenza tra violenza fisica e violenza agita attraverso le tecnologie digitali. Le interazioni online non sono meno reali di quelle faccia a faccia: producono effetti concreti, lasciano tracce, incidono sul benessere, sulle relazioni e sulle possibilità di movimento delle persone. L’agire online comporta responsabilità morali e conseguenze materiali proprio perché fa parte a pieno titolo della nostra vita reale. La mancata comprensione di questo legame rende spesso la violenza in rete poco riconosciuta, generalmente sottovalutata e per lo più affrontata attraverso risposte inadeguate, che tentano semplicemente di modificare o limitare i comportamenti individuali o l’accesso alle tecnologie, senza interrogarsi sulle condizioni sociali, culturali e strutturali che rendono possibile la violenza stessa.

Ma perché parlare di cyberviolenza di genere?

Circa il rischio di vittimizzazione nel complesso, i dati mostrano con chiarezza che la violenza in rete non colpisce in modo uniforme, ma ha vittime privilegiate. Studi e rapporti internazionali convergono su questo punto: donne e persone appartenenti a gruppi marginalizzati, in particolare le persone LGBTQIA+, sono esposte a questa forma di violenza in misura significativamente maggiore rispetto agli uomini, sia in termini quantitativi (quanta violenza subiscono) sia in termini qualitativi (il tipo di violenza di cui sono bersaglio). Le donne, in particolare, sono oggetto in rete di una violenza specifica, profondamente sessista, che utilizza i dispositivi della vergogna, dell’esposizione e del controllo per disciplinarne la presenza negli spazi digitali e limitarne la presa di parola. Si tratta di un tipo di violenza che mira a generare paura, ansia e soggezione, compromettendo il senso di sicurezza sia negli spazi digitali che in quelli della vita offline e che induce spesso nono solo all’autocensura ma al ritiro totale dagli spazi digitali. Non a caso, una quota rilevante di donne dichiara che la misoginia online incide direttamente sulla possibilità di partecipare al dibattito pubblico, rendendo i social network luoghi in cui le discriminazioni non solo si manifestano, ma si cristallizzano. La violenza in rete non deve essere interpretata come un fenomeno marginale o separato, ma come fattore strutturale che incide profondamente sull’uguaglianza di genere e sulla libertà di accesso agli spazi pubblici, online e offline, riproducendo e rafforzando rapporti di potere già esistenti.

cyber violenza di genere

Violenza in rete – Domande frequenti – FAQ

La violenza digitale si manifesta in forme diverse, si evolve rapidamente e spesso viene sottovalutata. In questa sezione abbiamo raccolto le risposte alle domande più comuni per sapere come reagire e conoscere le risorse disponibili per chiedere aiuto.

Che cosa si intende per violenza in rete?

Per violenza in rete si intende qualsiasi comportamento volto a danneggiare una persona attraverso strumenti digitali o all’interno degli spazi online, come minacce, molestie, diffusione di contenuti senza consenso o controllo digitale.

Quali sono i segnali per riconoscere la violenza digitale?

Messaggi offensivi ripetuti, minacce, controllo eccessivo delle attività online, diffusione di informazioni private, richieste di accesso alle password, pubblicazione di contenuti senza consenso o campagne di attacco coordinate sono segnali tipici di violenza digitale.

Cosa fare se si subisce una forma di violenza in rete?

È importante non rispondere alle provocazioni, conservare le prove (screenshot, messaggi, link), bloccare chi agisce la violenza, segnalare il contenuto alla piattaforma e parlarne con una persona di fiducia o con professionisti competenti.

A chi rivolgersi in caso di minacce o ricatti online?

In caso di minacce, ricatti o diffusione di materiale intimo senza consenso è consigliabile rivolgersi a un centro antiviolenza o a una avvocata specializzata. È possibile anche richiedere supporto psicologico per affrontare l’impatto emotivo della violenza subita.