Quando parliamo di violenza, spesso pensiamo a qualcosa che lascia un segno evidente. Un gesto, una ferita, un comportamento che possiamo riconoscere immediatamente come sbagliato.
Esiste però una forma di violenza più silenziosa, che può insinuarsi nelle relazioni quotidiane e diventare difficile da nominare: è la violenza psicologica.
Può passare attraverso le parole, ma anche attraverso il silenzio, il controllo, la svalutazione, la paura. E può riguardare qualsiasi tipo di relazione: quella tra persone adulte, quella tra persone con una relazione romantica, amicale o familiare ma anche la relazione tra le persone adulte e le persone piccole.
Per chi si occupa di educazione, parlare di violenza psicologica significa allora interrogarsi sulla qualità delle relazioni che costruiamo.
Significa distinguere l’autorevolezza dall’autoritarismo, il confine necessario dall’umiliazione, la cura dal controllo come esercizio di potere.
Significa soprattutto ricordare che educare vuol dire accompagnare l’altra persone nella crescita rispettando dignità, bisogni e possibilità.
Cos’è la violenza psicologica
Non va però confusa la dimensione della violenza con quella del conflitto.
Nelle relazioni educative, come in tutte le altre relazioni, possono esserci incomprensioni, e anche parole pronunciate in momenti di forte tensione. Quello che davvero fa la differenza è come viene gestito il conflitto e quello che accade in quel tempo.
Si può parlare di violenza psicologica quando una persona viene sistematicamente svalutata, umiliata, intimidita, controllata o privata della possibilità di sentirsi libera e sicura nella relazione.
La violenza psicologica ha moltissime sfumature: frasi come:
non sei capace,
non combinerai mai niente,
è sempre colpa tua,
vergognati.
racchiudono una grande violenza. Il gaslighting, altra forma di violenza psicologica che consiste nel manipolare in modo subdolo una persona cercando di farla dubitare della sua stessa memoria (“non l’ho mai detto” “te lo sei inventato” “ questa cosa l’hai immaginata”).
Ma è violenza psicologica anche far sentire una persona inadeguata, nel negare continuamente ciò che prova o che esprime emotivamente.
Nelle relazioni con le persone piccole, è fondamentale non confondere l‘esercizio della responsabilità educativa con la violenza: una persona adulta di riferimento infatti ha il compito di porre limiti, contenere e proteggere, ma un limite può essere espresso senza umiliare e una regola può essere fatta rispettare senza generare paura.
Educare significa anche aiutare una persona piccola a costruire un’immagine di sé sufficientemente solida, sostenuta da un’autostima abbastanza strutturata da aiutarla a capire che si può sbagliare e si può anche fallire.
Quando invece la relazione comunica continuamente “non vali”, “non sei abbastanza”, qualcosa di profondamente importante viene compromesso.
Come riconoscere la violenza psicologica: i segnali
La violenza psicologica può essere difficile da riconoscere perché non si presenta come un evento isolato ma come una vera e propria modalità relazionale che si ripete e che modifica nel tempo il clima di una relazione.
Una persona può iniziare a sentirsi sotto esame, avere paura di sbagliare, controllare continuamente ciò che dice per evitare una reazione dell’altra persona. SI può arrivare anche a smettere di esprimere i propri bisogni o le proprie opinioni e dubitare sempre di più di sé stessa.
Tutto questo può verificarsi anche nelle relazioni educative ovviamente: una persona piccola potrebbe diventare particolarmente impaurita, avere paura di sbagliare oppure manifestare una grande difficoltà nel fidarsi.
Dal punto di vista educativo quindi è sempre utile interrogarsi su cosa una persona sta vivendo e su come una persona si sta sentendo, perché dietro un comportamento che ci mette in difficoltà può esserci una richiesta di aiuto, un bisogno di sicurezza o una relazione nella quale la persona non si sente sufficientemente accolta.
Violenza psicologica in famiglia
La famiglia è uno dei primi luoghi nei quali impariamo che cosa significa stare in relazione. È lì che una persona piccola dovrebbe poter sperimentare sicurezza, appartenenza e fiducia.
Quando invece la quotidianità familiare è attraversata da paura, umiliazioni, minacce o controllo, anche ciò che non viene rivolto direttamente alla persona piccola può avere conseguenze importanti.
Assistere alla violenza tra persone adulte di riferimento significa infatti entrare in contatto con un ambiente relazionale nel quale la paura può diventare parte della normalità.
Una persona piccola può percepire tensioni può ascoltare parole, osservare espressioni ma più di tutto può sentirsi responsabile di ciò che accade oppure può sentirsi di dover modificare il proprio comportamento per compiacere una o l’altra figura di riferimento.
Per questo, anche a Cargomilla, crediamo che sia importante guardare alla famiglia non solo come al luogo in cui avvengono i comportamenti, ma come a un sistema di relazioni nel quale ogni persona ha bisogno di essere sostenuta.
Chiedere aiuto, in queste situazioni, non significa fallire come famiglia. Significa riconoscere che una difficoltà è diventata troppo grande per essere affrontata senza una rete di supporto che dovrebbe comunque essere necessaria.

Violenza psicologica sulle persone piccole
Con le persone piccole la questione diventa particolarmente delicata, perché una persona adulta di riferimento ha più strumenti, più esperienza e più possibilità di incidere sulla vita della persona piccola, oltre ad avere ed esercitare più potere.
Per questo nella relazione educativa è fondamentale prestare particolare attenzione al modo in cui parliamo e in cui usiamo la nostra posizione. Dire a una persona piccola che un comportamento non va bene è diverso dal dirle che è “sbagliata”. Stabilire un limite è diverso dal minacciare di togliere l’amore. Aiutare a riconoscere un errore è diverso dall’umiliare.
Una persona piccola ha bisogno di sapere che alcuni comportamenti hanno conseguenze, ma anche che il suo valore non è in discussione.
La violenza psicologica può anche essere presente anche quando una persona piccola viene coinvolta e strumentalizzata nei conflitti tra persone adulte o messa nella condizione di scegliere da che parte stare o resa responsabile della sofferenza di una persona adulta.
Educare significa invece permettere alla persona piccola di essere piccola. Significa offrire confini senza chiedere in cambio la rinuncia alla propria voce e alla propria individualità e soprattutto alle proprie emozioni.

Riconoscere, prevenire e contrastare la violenza psicologica
La violenza psicologica può attraversare le relazioni affettive e familiari e riguardare persone di ogni età e genere, anche se con dovute specifiche che faremo tra poco.
Può iniziare in modo poco riconoscibile: gelosia presentata come amore, controllo descritto come attenzione, una critica sempre più frequente. Comportamenti che con il tempo si strutturano e modificano la libertà della persona che subisce violenza di autodeterminarsi, esprimersi, scegliere.
Parlare di violenza psicologica però significa anche riconoscere che non si tratta soltanto di comportamenti individuali, ma può essere una dinamica di potere che si inserisce in un contesto sociale più ampio.
Nella società patriarcale le disuguaglianze di genere e gli stereotipi possono creare condizioni che rendono alcune persone maggiormente esposte al controllo, alla svalutazione e alla limitazione della propria autonomia. Questo riguarda, in particolare, persone socializzate come donne e persone che, per la propria identità di genere, si collocano al di fuori delle norme dominanti, come persone non binarie e persone trans.
Questo non significa che gli uomini non possano subire violenza psicologica, né che ogni relazione riproduca necessariamente le stesse dinamiche di potere. Significa piuttosto riconoscere che le esperienze individuali si intrecciano con una struttura sociale nella quale non tutte le persone hanno lo stesso accesso al potere, all’autonomia o alla possibilità di essere ascoltate e sostenute.
Chiunque può trovarsi all’interno di una relazione caratterizzata da controllo, svalutazione, minacce, isolamento o ricatti. E chiunque può avere difficoltà nel riconoscere ciò che sta vivendo, soprattutto quando determinati comportamenti vengono normalizzati dalla cultura o presentati come espressioni di amore, protezione o interesse.
Dal punto di vista educativo è importante offrire alle persone gli strumenti per riconoscere le relazioni nelle quali si sentono rispettate e quelle nelle quali hanno paura di essere sé stesse.
Educare alla relazione significa dare parole al consenso, ai confini personali, alla libertà, al rispetto reciproco e alla possibilità di esprimere emozioni e vulnerabilità senza vergogna.
Quando una persona riconosce di trovarsi in una relazione violenta, psicologicamente o no, può essere difficile sapere da dove cominciare. Spesso, prima ancora di cercare una soluzione, è necessario poter raccontare ciò che sta accadendo senza sentirsi giudicata.
Una prima forma indispensabile di supporto può quindi essere trovare una rete di persone con cui parlare: una persona amica, una familiare o un familiare, una professionista o un professionista dell’educazione, una psicologa o uno psicologo, oppure un servizio territoriale.
Diventa estremamente importante, nel caso di una relazione caratterizzata da controllo o minacce, procedere con prudenza. Quando la situazione è complessa, è quindi preferibile affidarsi a servizi specializzati, che possano aiutare a costruire un percorso adeguato e sicuro.
Per le persone più piccole la responsabilità di intervenire non deve ricadere su di loro. Sono le persone adulte di riferimento, la comunità educante e i servizi competenti ad avere il compito di ascoltare, proteggere e intervenire.
Un passaggio che crediamo però essere fondamentale, tanto quanto la possibilità di accesso a reti di supporto è quello che riguarda la non attribuzione a chi subisce violenza, la responsabilità di averla riconosciuta troppo tardi o di non aver saputo evitarla.
La responsabilità della violenza appartiene sempre a chi la agisce.
Quando e a chi chiedere aiuto
Chiedere aiuto non significa necessariamente denunciare, prendere immediatamente una decisione o interrompere una relazione.
Può significare semplicemente trovare uno spazio nel quale poter mettere ordine a ciò che sta accadendo.
Per le donne vittime di violenza e stalking è disponibile il 1522, servizio pubblico gratuito attivo 24 ore su 24, che offre ascolto e orientamento verso i servizi presenti sul territorio, (come i centri anti violenza).
Quando sono coinvolte persone minorenni è disponibile il 114 Emergenza Infanzia, servizio pubblico gratuito attivo 24 ore su 24.
In caso di pericolo immediato è invece necessario rivolgersi ai servizi di emergenza.
Anche chi sta intorno può avere un ruolo importante.
Non sempre possiamo sapere con certezza che cosa stia accadendo. Possiamo però imparare ad ascoltare senza minimizzare, a osservare senza invadere e a chiedere supporto quando una situazione ci preoccupa.
La violenza psicologica esiste anche quando non si vede. E proprio per questo, educare significa anche imparare a riconoscere ciò che non lascia necessariamente un segno visibile.
Significa, soprattutto, insegnare alle persone piccole e alle persone adulte che il rispetto non è qualcosa che si deve meritare. È la base dalla quale ogni relazione educativa dovrebbe partire.

Violenza psicologica: FAQ
Parlare di violenza psicologica può aprire domande difficili. Le risposte che seguono vogliono offrire un primo orientamento, ricordando che ogni situazione concreta va ascoltata e valutata nel suo contesto.
Cos’è la violenza psicologica?
È una modalità di relazione nella quale una persona viene sistematicamente svalutata, controllata, intimidita, minacciata o umiliata. Può compromettere il benessere, l’autonomia e il senso di sicurezza della persona che la subisce.
Cosa fare se si subisce violenza psicologica in famiglia?
È importante creare una rete. Parlare con una persona di fiducia e rivolgersi a un servizio specializzato può aiutare a comprendere la situazione e individuare le possibilità di protezione più adatte.
Come si manifesta la violenza psicologica sulle persone piccole?
Può manifestarsi attraverso umiliazioni, minacce, svalutazione, intimidazioni, ricatti affettivi o un uso della paura come strumento educativo. Può riguardare anche l’esposizione alla violenza tra persone adulte di riferimento.
La violenza psicologica è un reato?
La violenza psicologica non costituisce un unico reato con questa denominazione. Alcuni comportamenti psicologicamente violenti possono però integrare specifici reati previsti dalla legge, a seconda delle circostanze. Per comprendere come muoversi in una situazione concreta è importante rivolgersi a persone professioniste competenti.
Come aiutare una persona che subisce violenza psicologica?
Prima di tutto ascoltandola e credendole, senza colpevolizzarla e senza sostituirsi alle sue decisioni. Si può offrire presenza e accompagnarla, se lo desidera, verso un servizio specializzato. Quando è coinvolta una persona piccola, è responsabilità delle persone adulte attivare la rete di protezione necessaria.