A cura di:
Silvia Demozzi, professoressa associata in pedagogia generale, sociale e filosofia dell’educazione Unibo.
Camilla Rossi, educatrice, educatrice sessuale e attivista transfemminista dell’APS Cargomilla.
Negli ultimi mesi si è parlato molto del DDL Valditara sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole.
Presentato dal Governo come uno strumento di tutela delle famiglie, il provvedimento introduce nuovi problematici vincoli per i percorsi educativi che affrontano affettività, relazioni, consenso e sessualità.
Ma nascosta dietro il linguaggio della protezione si nasconde una domanda politica più profonda:
Chi decide quali conoscenze possono essere trasmesse alle persone più giovani?
Ma ancora di più, da cosa stiamo cercando di proteggerle?
Perché parlare di sessualità e affettività non si riduce al parlare di sesso, per quello che questa parola può voler dire senza una contestualizzazione più attenta e stratificata.
Quando parliamo di affettività e di sessualità, stiamo parlando di consenso, rispetto dei confini, emozioni, identità, stereotipi di genere, prevenzione della violenza di genere e riconoscimento degli abusi. Stiamo parlando degli strumenti che permettono alle persone di crescere con maggiore consapevolezza e autonomia.
È per questo che questa legge non riguarda solo le scuole e il mondo dell’educazione: riguarda il modello di società che vogliamo costruire.
Cosa prevede la legge: i punti essenziali
La nuova legge sul consenso informato promossa dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara introduce l’obbligo, per le scuole secondarie di primo e secondo grado, di ottenere il consenso scritto preventivo delle famiglie (o degli studenti se maggiorenni) prima di svolgere attività e progetti riguardanti sessualità, affettività e identità di genere.
Le famiglie dovranno ricevere in anticipo informazioni dettagliate su contenuti, finalità, modalità di svolgimento, materiali didattici ed eventuale partecipazione di esperti esterni. La norma prevede inoltre il divieto di organizzare attività specifiche su questi temi nelle scuole dell’infanzia e primarie, salvo quanto già previsto dalle indicazioni nazionali.

Perché questa legge non protegge le persone piccole
Chi ha fin da subito spinto per l’approvazione di questo DDL afferma che serve a proteggere le persone piccole e adolescenti da contenuti non adatti alla loro età.
Ma questa rappresentazione si basa su un enorme equivoco.
Fare educazione sessuo-affettiva non significa parlare alle bambine come se fossero persone adulte, non significa nemmeno indottrinarle con concetti che mirano a creare chissà quale confusione nelle loro giovani menti.
Consiste nell’offrire strumenti adeguati a ogni fase della crescita: i
- imparare a riconoscere le emozioni,
- comprendere il valore dei propri confini,
- sapere che il proprio corpo appartiene a sé stesse,
- distinguere una relazione funzionale da una relazione che funzionale non è.
Proteggere non significa tenere all’oscuro. Significa mettere le persone nelle condizioni di capire ciò che vivono e come esprimerlo.
Oggi ogni persona che sta crescendo vive in un mondo in cui pornografia, stereotipi sessisti, contenuti violenti e disinformazione sono accessibili con un click. Pensare che il problema sia la presenza di persone con un ruolo di riferimento formate nelle scuole significa confondere la prevenzione con il pericolo.
Il fantasma dell’ideologia gender
Ogni volta che si parla di educazione sessuo-affettiva riemerge puntualmente lo spettro della cosiddetta “ideologia gender”. Una formula che da oltre dieci anni occupa il dibattito pubblico italiano, pur non avendo alcun riconoscimento scientifico, pedagogico o accademico.
L’espressione è diventata una sorta di contenitore vuoto in cui vengono inseriti temi molto diversi tra loro: educazione al rispetto, contrasto alle discriminazioni, diritti delle persone LGBTQIA+, parità di genere, educazione alle relazioni.
Il risultato è che invece di discutere dei contenuti reali si costruisce una minaccia astratta che è utile solo a mobilitare paure, sicuramente non a comprendere ciò che accade realmente nelle scuole o nei contesti attraversati dalle persone che stanno crescendo.
Eppure la domanda dovrebbe essere semplice:
cosa c’è di ideologico nell’insegnare che il consenso è necessario? Che nessuna forma di violenza è accettabile? Che ogni persona merita rispetto indipendentemente dal genere, dall’orientamento sessuale o dalla famiglia o luogo in cui nasce e cresce?
Se esiste un’ideologia, e anche pericolosa, che attraversa ancora le nostre istituzioni, non è certo quella evocata da chi parla di genere, sessualità, emozioni o consenso.
È piuttosto l’idea che alcune vite siano più normali, che alcune persone siano più legittime e più degne di riconoscimento e diritti di altre.
Cosa rischia di succedere nelle scuole
Le conseguenze della legge potrebbero andare ben oltre gli aspetti formali.
Quando un’attività educativa viene trasformata in un terreno di scontro politico molte scuole finiscono per rinunciare a proporla. Non perché la ritengano inutile, ma perché il costo organizzativo, che già era alto per mancanza di risorse e spazi, e il rischio di contestazioni diventano davvero troppo elevati.
Questo, oltre a comportare una progressiva riduzione dei percorsi di educazione sessuo-affettiva proprio nei territori in cui sarebbero più necessari, potrebbe creare percorsi differenziati all’interno delle stesse classi, aumentando ulteriormente il divario tra le persone.
Ricordiamoci che non necessariamente il consenso può essere negato per motivazioni ideologiche, potrebbe capitare che il consenso venga negato per la poca accessibilità delle informazioni o per la mancanza di una corretta conoscenza della lingua italiana.
Alcune persone avrebbero accesso a strumenti fondamentali per comprendere relazioni, consenso e violenza di genere; altre ne resterebbero escluse. In questo modo l’educazione smette di essere un diritto condiviso e diventa un privilegio legato al contesto familiare di provenienza.
Il paradosso: meno educazione, più violenza
Da anni chi lavora nei centri antiviolenza, nella ricerca e nell’educazione sostiene una verità semplice: la prevenzione della violenza di genere e degli abusi iniziano molto prima della violenza stessa.
Inizia quando una bambina impara che può dire no. Quando un’adolescente comprende che la gelosia non è una prova d’amore. Quando una ragazza riconosce un comportamento emotivamente manipolatorio. Quando una classe impara che il consenso non è un dettaglio, ma la struttura base che dovrebbe avere ogni relazione.
È un enorme paradosso che attraversa gran parte del dibattito pubblico contemporaneo: si dichiara da un lato di voler combattere femminicidi, abusi e discriminazioni, ma si vieta ( o rende impossibile) proprio l’’educazione che potrebbe contribuire a prevenirli.
Limitare gli spazi in cui si affrontano questi temi significa indebolire uno degli strumenti più efficaci che abbiamo per contrastare la cultura della violenza di genere in cui viviamo.
Cosa possiamo fare: resistere con l’educazione
Di fronte a questo scenario la risposta non può ovviamente essere il silenzio.
Come educatrici e persone che lavorano in ambito dell’educazione è necessario rimanere posizionate in modo netto per continuare a sostenere percorsi educativi fondati sulla ricerca, sulla pedagogia e sull’esperienza delle persone che lavorano ogni giorno nelle scuole.
Possiamo difendere il valore dell’educazione come pratica necessaria di autodeterminazione e non come strumento di controllo.
Possiamo costruire reti e alleanze tra tutte le persone che attraversano la comunità educante.
Possiamo ricordare una cosa fondamentale: educare non significa indottrinare. Significa fornire strumenti per leggere il mondo, riconoscere le ingiustizie, costruire relazioni basate sull’empatia e la cura e immaginare società in cui vengono accolte tutte le sfumature dell’essere umano.
Per questo motivo difendere l’educazione sessuo-affettiva non è una battaglia di settore, un capriccio politico che riguarda solo quella parte della cittadinanza che frequenta o milita in determinati spazi.
Difendere l’educazione sessuale e affettiva è una scelta politica che riguarda tutte, riguarda la possibilità all’autodeterminazione e la possibilità di crescere libere dalla violenza e dalla paura.
DDL Valditara Educazione sessuo-affettiva nelle scuole: FAQ
Il DDL Valditara ha generato molto dibattito, ma anche molta confusione su cosa preveda davvero e cosa cambi nella pratica. Abbiamo raccolto le domande che ci arrivano più spesso per rispondervi in modo chiaro, a partire da una convinzione che per noi non è negoziabile: parlare di educazione sessuo-affettiva non è un atto ideologico. È un atto di cura.
Cosa prevede il DDL Valditara sull’educazione sessuale?
Il DDL Valditara, diventato legge a giugno 2026, prevede l’introduzione dell’obbligo del consenso informato per le attività scolastiche che trattano tematiche legate alla sessualità e all’affettività nelle scuole secondarie di primo e secondo grado. Prima di dare il consenso le persone adulte di riferimento (o chi è già maggiorenne) deve essere messo a conoscenza dei dettagli delle attività che verranno svolte (dai contenuti ai materiali utilizzati che dovranno essere condivisi).
La legge vieta anche lo svolgimento delle stesse attività in tutto il ciclo dell’infanzia e della scuola primaria
È vero che l’educazione affettiva è vietata nelle scuole primarie?
La nuova legge esclude le attività aggiuntive di educazione sessuale e sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole primarie, salvo quanto eventualmente già previsto dalle Indicazioni Nazionali per il curriculum. In pratica nuovi progetti non potranno essere introdotti ad ampliamento dell’offerta formativa.
Cosa si intende per consenso informato a scuola?
Per consenso informato si intende il diritto delle famiglie (o di chi è già maggiorenne) di conoscere in anticipo finalità, contenuti, materiali e modalità di svolgimento delle attività scolastiche dedicate all’educazione sessuale e affettiva, per poi decidere se autorizzare la partecipazione. Il consenso deve essere espresso in forma scritta e preventiva.
Perché l’educazione sessuo-affettiva è importante fin dall’infanzia?
L’educazione sessuoaffettiva non riguarda solo la sessualità ma anche, soprattutto nella prima infanzia e nella scuola primaria, la conoscenza di se stesse e del proprio corpo, l’alfabetizzazione alle emozioni, la cura della relazione e del rispetto delle altre persone.
Se proposta in modo adeguato all’età, costruisce strumenti per riconoscere e rispettare i propri confini, emotivi e fisici, e accogliere e rispettare quelli delle persone con cui si entra in relazione. L’educazione sessuale e affettiva pone le basi del consenso e del riconoscimento e la prevenzioni di comportamenti discriminatori e violenti.
Numerose organizzazioni internazionali che si occupano di salute e diritti dell’infanzia sottolineano che un’educazione affettiva precoce favorisce il benessere emotivo, la prevenzione degli abusi e la costruzione di relazioni più rispettose durante l’adolescenza e l’età adulta.