Come comunicare nell’infanzia: parole che aprono, parole che chiudono

Le parole che scegliamo di usare ogni giorno costruiscono relazioni, possibilità, sicurezza. Nell’infanzia, ancora di più.
Perché le persone piccole imparano il mondo anche attraverso il modo in cui vengono guardate, ascoltate e nominate.

Non esistono ricette precise o magie, però esistono parole che aprono e parole che chiudono. 

Alcune aiutano le persone piccole a sentirsi accolte, viste, rispettate. Altre, spesso senza volerlo, minimizzano emozioni, bisogni o confini.

Comunicare in modo consapevole non significa parlare “perfettamente”. 

Significa provare a costruire una relazione in cui le persone piccole possano sentirsi al sicuro anche nelle emozioni difficili, nei conflitti, nella frustrazione che deriva dai no.

Perché le parole contano (più di quanto pensiamo) 

Le persone piccole non ascoltano solo ciò che diciamo: assorbono il modo in cui le facciamo sentire, il modo in cui ci rivolgiamo a loro, le emozioni che trasmettiamo.

Una frase ripetuta ogni giorno può diventare un modo di confrontarsi con il proprio mondo interiore.
Per questo alcune espressioni che sembrano innocue meritano attenzione.

Le parole possono insegnare vergogna oppure fiducia. Possono trasmettere paura o consapevolezza. Possono far sentire una persona “troppo”, “sbagliata”, “esagerata” oppure degna di ascolto anche quando è in difficoltà.

Non serve però colpevolizzarsi per ogni frase detta male, tutte impariamo continuamente, tutte le persone adulte provengono da una cultura che le ha formate, da un’educazione che le ha fatte crescere e ha creato modelli comportamentali ed emotivi. Saper accogliere la propria storia, senza colpevolizzarsi ma accogliendo tutte le varie sfumature, è il primo passo per approcciarsi alle persone piccole in modo onesto e trasparente.

Fermarsi a osservare il linguaggio che usiamo è poi un gesto educativo importante.

Le emozioni non si negano

Non piangere!

Quante volte lo diciamo quasi automaticamente?

Spesso nasce dal desiderio di consolare, proteggere o calmare. Ma per una persona piccola può suonare come:

Quello che senti non va bene

Tu sei sbagliata.

Le emozioni non hanno bisogno di essere corrette: hanno bisogno di essere attraversate.
Piangere, arrabbiarsi, avere paura o sentirsi frustrate fa parte dell’esperienza umana.

Possiamo provare a sostituire il divieto con la presenza, il blocco con l’ascolto:

Sono qui con te.

Ti vedo molto triste.

Vuoi che restiamo insieme un momento?

Accogliere un’emozione non significa lasciare che tutto sia permesso. Significa riconoscere ciò che c’è, senza negarlo.

Il corpo appartiene a chi lo abita

Dai un bacio alla zia.

Pensiamo a quante volte da piccole ci è capitato di subire strizzate di guance, bacetti o carezze senza averle veramente chieste o senza aver veramente espresso il nostro consenso, fosse anche solo perché non eravamo ancora in grado di parlare.

Molte persone adulte di riferimento sono cresciute pensando che fosse una forma di educazione o gentilezza, che il bacio alla zia fosse dovuto, che la persona adulta in qualche modo avesse diritto e pieno potere di disporre del corpo di quelle piccole a suo piacimento.

Obbligare una persona piccola al contatto fisico insegna che il suo corpo può essere disponibile per far stare bene le altre persone, a prescindere dalla propria volontà.

L’educazione al consenso inizia presto, nelle cose quotidiane.

Questo non significa crescere persone scortesi o distanti. Significa insegnare che affetto e vicinanza non si pretendono.

Possiamo offrire alternative:

Vuoi salutare con la mano?

Preferisci un cinque?

Ti va un abbraccio, oppure no?

Quando una persona piccola sente che il suo no viene rispettato, costruisce fiducia nei propri confini e fiducia che le persone a cui li verbalizzerà sapranno accoglierli.

La rabbia non è un problema

Smettila di fare i capricci.

Dietro quella frase spesso c’è fatica, stanchezza, bisogno di controllo. 

Ma la rabbia delle persone piccole non è manipolazione: è spesso un’emozione ancora difficile da gestire, è frustrazione generata dal non capire cosa sta succedendo al proprio corpo in un determinato momento, o come spiegare qualcosa che ancora non si sa spiegare.

Le persone bambine non nascono sapendo autoregolarsi. Lo imparano dentro relazioni che accolgono e accompagnano.

Dire:

Sei capricciosa.

rischia di trasformare un comportamento momentaneo in un’etichetta identitaria, generando vergogna e imbarazzo verso se stesse.

Possiamo invece descrivere ciò che accade:

Vedo che sei molto arrabbiata.

È difficile quando le cose non vanno come vorresti.

Non posso lasciarti fare questo, ma resto con te.

Accogliere la rabbia non significa permettere aggressività o violenza. I limiti restano importanti, anche senza umiliare la persona a cui li sta dando. 

Lasciare spazio al no

Non avere paura.

Anche questa è una frase detta spesso con amore, con premura e con il desiderio di aiutare chi in quel momento esprime disagio. Eppure la paura non scompare perché qualcuno ci dice di non sentirla.

Le bambine* hanno bisogno di sentire che le emozioni possono essere nominate, non cancellate.

Possiamo provare con:

Ti fa paura?

Vuoi raccontarmi cosa senti?

Facciamolo insieme.

Lasciare spazio al no, alla paura o all’incertezza non indebolisce ma anzi aiuta le persone piccole a riconoscere i propri segnali interni e a fidarsi di sé.

*Abbiamo scelto di usare il femminile: scopri perchè sulla pagina parliamo al femminile

Dare istruzioni che funzionano

Stai fermo.

A volte chiediamo alle persone piccole qualcosa che o perché ancora non ne sono in grado data l’età o perché il loro stato emotivo non glielo permette, non sono in grado di fare.

Le istruzioni troppo vaghe o solo espresse in modo negativo spesso non aiutano.
Dire cosa non fare è meno efficace che spiegare cosa fare.

Come? Ecco alcuni esempi:

invece di “non urlare”  si può dire “parliamo più piano”

invece di “stai fermo”  si può dire  resta vicino a me”

invece di “smettila” si può dire  “camminiamo lentamente”

Le persone piccole hanno bisogno di indicazioni concrete, semplici e realistiche. Non perché “non capiscono”, ma perché stanno ancora imparando a gestire impulsi, emozioni e attenzione.

Ci sono poi situazioni di emergenza in cui ci troviamo a dover agire in modo pronto e immediato, ma ricordiamoci sempre che è l’esempio nella pratica quotidiana che andrà a costruire davvero un nuovo modo di comunicare e di stare nelle relazioni.

Le parole si imparano: anche le nostre

Nessuna persona adulta di riferimento comunica sempre nel modo migliore. Succede di perdere la pazienza, usare parole automatiche, ripetere modelli ricevuti: è tutto ok! Non c’è bisogno di auto colpevolizzarsi eccessivamente.

Il linguaggio si può trasformare!

Anche chiedere scusa è un atto educativo rivoluzionario. 

Correggersi davanti a una persona piccola insegna qualcosa di prezioso: che le relazioni non richiedono perfezione, ma presenza e responsabilità.

Comunicare nell’infanzia non significa controllare ogni parola. Prepararsi discorsi per timore di sbagliare.
Significa costruire uno spazio in cui le persone piccole possano sentirsi ascoltate, rispettate e accolte per ciò che sono.

E spesso, cambiando modo di parlare a loro, scopriamo un modo più gentile di parlare anche a noi stesse e quindi perché non fare un tentativo!

Come comunicare nell’infanzia – FAQ

Le parole che usiamo con le persone piccole influenzano il modo in cui costruiscono fiducia, autonomia ed espressione emotiva. 

Ecco alcune domande frequenti sulla comunicazione nell’infanzia.

Perché non si dovrebbe dire “non piangere” a una persona piccola?

Perché rischia di trasmettere l’idea che alcune emozioni siano sbagliate o eccessive. Accogliere il pianto aiuta invece le persone piccole a sentirsi viste e sostenute.

Come si parla di emozioni nell’infanzia?

Nominarle in modo semplice e senza giudizio.
Frasi come “vedo che sei arrabbiata” oppure “sembri triste” aiutano le persone piccole a riconoscere ciò che sentono. Ricordiamoci che soprattutto nella fascia 0-3 anni le persone non conoscono altro che il linguaggio del corpo, come potrebbero quindi sapere come si chiamano le emozioni che provano?

Cosa significa educazione al consenso nell’infanzia?

Significa insegnare che il corpo appartiene a chi lo abita e che il contatto fisico non deve essere imposto. Anche una persona piccola ha diritto a dire no a un bacio o a un abbraccio, ha diritto di non subire dinamiche di potere che vengono messe in atto perché “io posso e tu no”.

Come correggere un comportamento senza usare etichette?

È utile descrivere il comportamento invece di definire la persona. Dire “questo comportamento fa male” è diverso da dire “sei cattiva”. In questo modo si mette un limite senza colpire l’identità della persona piccola.